
(Un'assenza durata 5 anni)
(La paranza è una danza)

Dispiace ancora un volta puntare subito il dito sulla versione italiana di un film straniero, ma il doppiaggio di Tutti gli uomini del re è davvero inascoltabile. Almeno per quanto riguarda certi personaggi. A Sean Penn, alias Willy Stark, è stato infatti affibbiato un accento da italiano del sud, come se parlare in dialetto siciliano potesse avere lo stesso significato di un candidato che parla con l’accento del suo paese (luoisiana) e soprattutto facesse intendere le origini “povere” del personaggio (quindi un pensiero pure un po’ facile e stupido). Inaccettabile.
Ma tralasciando le solite polemiche doppiaggio sì-doppiaggio no, diciamo subito che Tutti gli uomini del re è una grande occasione mancata. O meglio, più che mancata, sprecata. Come da un libro che ha vinto il Pulizter e da un film premio oscar possa uscire un remake totalmente dimenticabile con pure un grande cast che prometteva pioggia di premi, supera le nostri menti.

Odio il calcio in realtà, ma questo è stato davvero emozionante!
Troppo divertenteeeee poi in strada, con le bandiere, i clacson, l'euforia, tutti amici, tutti uniti!
(ma avrei preferito festeggiare con te)
W L'ITALIAAAAAAAAA
Dato che i pensieri più bizzarri spesso mi vengono mentre viaggio in macchina (e adesso lavorando lontano di occasioni per questi pensieri ce ne sono eccome) oggi mi sono messa a ripercorrere la carriera della Winslet in una maniera diversa: quella affettiva. Ovvero, film per film, non cosa rappresentano in sé o per lei, ma cosa ha rappresentato vederli per me. Andrebbe divisa in due: la Winslet pre-titanic, recuperata tutta dopo tale film, e la Winslet post-titanic, recuperata in parte in cassetta (quando l’amore non era ancora alle stelle) e l’altra parte in uscita al cinema (quindi dal 2001/2002, che è l’anno di apertura del sito www.geocities.com/winsletkate2002/ e quindi della trasformazione della stima in amore cieco). Quindi non una classifica dei migliori, ma dei significati, delle visioni e delle attese migliori.
1) Titanic (1997)

Al primo posto non può non esserci lui, per il motivo più banale: è il film che mi ha fatto conoscere la Winslet. Andata al cinema per godermi Di Caprio, in un tempo in cui ogni ragazza che le si avvicinava veniva subito giudicata male, verso la fine del film (esattamente quando lei è nel corridoio, chiude gli occhi e si spengono le luci) dovetti ammettere che sì, “però è brava”, frase memorabile perché ha costituito la prima vera sentenza di bravura verso di lei, ancora totalmente distaccata da qualsiasi passione a suo favore (anzi, dissi pure - ridicolosamente - alla mia migliore amica, che favoriva la Danes di Giulietta ai tempi, ‘si per carità claire danes è claire danes (!), però dai anche questa è abbastanza bella!”). Da lì ad amarla passò un bel po’ di tempo (anche un “fanculo ma xke a lei la nomina e a Di Caprio no?? Ma cosa vuole?! Senza di lui il film non è niente! –notare che oggi dico l’esatto contrario…) ma questa è stata l’iniziazione. (visioni innumerevoli)
2) Holy Smoke (1999)

Perché e’ IL film. E’ la sua migliore interpretazione, è il mio film preferito tra i suoi ed è anche uno dei sempre. Ma la prima visione fu orrenda: completamente innamorata della prima ora (“Ma questo film è grandioso! E’ lei è bravissima!”) fui completamente delusa (e m’incazzai pure) dalla seconda. C’è voluta un'altra doppietta di visioni per capirlo, entrarci dentro, viverlo. E adesso è un mio grande amore, al secondo posto affettivamente perché ci sono proprio legata al di là del valore oggettivo (che forse neanche c’è). (visioni strainnumerevoli)
3) Eternal Sunshine (2004)

Conosciuta la Winslet con Titanic, il primo film che ho visto di lei al cinema post-innamoramento è stato Iris, ma Eternal Sunshine l’ho vissuto con ogni piega della mia pelle. Nel 2004 ormai Kate la conoscevo in tutto e per tutto, e leggere di un ruolo così diverso, originale ed eccentrico come mai interpretato da lei fece salire l’attesa per questo film come una delle più alte. Anzi, è sicuramente l’attesa più sentita che ho provato, morivo per vederlo, e quando lo vidi (22 ottobre 2004, prima proiezione del primo giorno) tanto entusiasmo fu assolutamente ripagato. (visioni sterminate)
4) The life of David Gale (2003)

Come detto, Iris fu il primo. Ma nel 2003 la carriera post-Titanic della Winslet mi faceva ancora abbastanza schifo. Holy Smoke lo odiavo, Quills non era ancora diventato passione, Iris lo sottovalutavo, Enigma era quel che resterà. The life of David Gale, sia perché lo vidi in proiezione anticipata per la stampa a Roma appositamente invitata dalla Uip, sia perché lo amai tantissimo, sia perché riponevo speranze abbastanza alte, fu il primo vero grande film vissuto con entusiasmo e gioia. (visioni sterminate)
5) Hamlet (1996)

In epoca post-titanic ma non ancora amo-Winslet vidi su canale 5 la riduzione, e dedicai il mio tempo solo alle scene con la Winslet. Poi molto, moltissimo tempo dopo (probabilmente è l’ultimo film che ho visto di lei in epoca pre-winsletalcinema), lo vidi per intero una domenica su rai2, con le mie migliori amiche anch’esse innamorate come me di Shakespeare, e tanto per spiegare quanto mi piacque, dopo le prime due ore le guardai esterrefatta tuonando “sono passate già due ore???”. Uno dei suoi migliori film, affettivamente il terzo dopo Eternal Sunshine, oggettivamente (quindi senza Holy Smoke) secondo. (poche visioni ma buone)
6) Jude (1996)

Ne lessi su Ciak e corsi a noleggiarlo ma non c’era. Poi ci fu la visione in sordina su retequattro una sera, e un colpo di fulmine istantaneo. Nonostante l’inizio lento, è uno dei suoi film migliori, e senza dubbio uno dei personaggi più belli a lei mai affidati, completo e sfaccettato. Sicuramente la sua migliore interpretazione pre-holy smoke. Il film…è il suo più angosciante, si soffre proprio nel vederlo. (visioni numerose ma sofferte)
7) Romance & Cigarettes (2005)

La visione più recente. Grandi aspettative, lei finalmente in un ruolo assolutamente cool, non vedevo l’ora di vederlo. Grande la sera che accadde, in quel di Venezia, accanto a colui che sarebbe diventato il mio amore. Quella fu la giornata più ambigua, perciò a questo ci lego un po’ anche ricordi sentimentali…ma per tornare a lei, è grandiosa in questo film, e complice Eternal Sunshine, adesso anche tutta italia finalmente la adora. (per ora 2 visioni)
8) Iris (2002)

Le aspettative per la sua interpretazione erano alte: è uscito dopo gli oscar e le montagne di nomination avute (il maggior numero prima di eternal) per la sua interpretazione. Non rimasi troppo colpita dalla sua Iris, ma con il tempo ne ho avvertito tutta la bellezza e ho anche rivalutato il film (sempre piuttosto noioso però, anche se toccante e misurato). E’ stato il primo film in assoluto visto al cinema cosciente della mia passione per lei, la prima volta che vedere un film con Kate Winslet ha significato vedere Kate Winslet, e solo dopo il film. (non tante visioni)
9) Neverland (2004)

Per i primi due anni di Winslet-alcinema è successa una cosa curiosa: i suoi film uscivano in coppia, a distanza di due settimane o (come in questo caso con Eternal) due mesi, di cui uno è la grande aspettativa, l’altro per quanto possibile, mi era quasi indifferente. Troppa l’attenzione e l’ aspettativa per Eternal per riuscire ad averne anche per questo. Ma la cornice è indimenticabile: l’ho visto in una saletta con 5 persone a Venezia, e il giorno dopo ho incontrato lei. Non ci sono parole! (non tante visioni)
10) Creature del cielo (1994)

Sicuramente l’ho noleggiato, perché copiai la cassetta. Non ho un ricordo nitido della prima visione, ma sicuramente mi piacque tantissimo. E’ un film eccezionale ed è la sua prima interpretazione. E’ il film che mi sorprende, perché rimango sempre stupita a pensare che lei inizio così. (parecchie visioni)
11) Quills (2000)

Holy Smoke lo noleggiai dopo tantissimo tempo (rimandavo sempre), questo invece lo vidi in fretta e lo cancellai subito dalla memoria. Manco lo tenni. Troppo triste! La prima volta fu devastante, mi commuoveva ogni due minuti e lei per la prima volta (ancora non avevo visto Hamlet) crepava pure. Poi l’ho saputo ri-apprezzare, rimane sempre darkissimo e tetro ma è un grande film. (poche visioni credo)
12) Enigma (2002)

Uscì una settimana dopo Iris. Era quello aspettative zero (ma proprio zero!). Iris ne aveva troppe, Enigma troppe poche. Risultato: Iris fu una delusione, questo una sorpresa. Le seguenti visioni rimisero tutto a posto: Enigma è probabilmente il peggior film da lei fatto e sicuramente il peggior ruolo da lei avuto (ma non la peggiore interpretazione, anzi!) per la convenzionalità, ma cavolo, è un film intricato e con il suo fascino, infatti l’ho visto numerose volte.
13) Ragione e Sentimento (1995)

Credo sia stato il primo film-Winslet che abbia noleggiato, poco dopo Titanic con la mia migliore amica di allora (ma con lei vidi Giovani streghe…:-/). Non mi piacque (anche se ricordo l’emozione delle scene finali). Odiai Emma Thompson, amai Kate ma a tutt’oggi non è solo il film che meno rivedo con piacere, ma anche una delle sue interpretazioni che per quanto grandiosa meno preferisco riguardare, un film troppo sentimentale e pomposo, anche se ogni volta lo guardo e dico, ma non è male!, e poi invece ricordo sempre poco ritmo e poca brillantezza. (pochissime visioni)
14) Ideus Kinky (1998)

Probabilmente è il film che ho visto meno volte. Non è male. Ma è…come se gli mancasse qualcosa. Una delle sue interpretazioni più sincere e vere, e il film è tanto colorato da farsi ricordare con piacere. Ha contato più per lei che per noi, e anche per lei i motivi sono extra-filmici (conobbe il primo marito e scappò dalla frenesia Titanic, è il film che le ha salvato la carriera). (pochissime visioni)
In futuro…
1) Little Children (2006)

Su questo film sto riponendo aspettative così alte che sarà difficilissimo per lei assicurarle. Probabilmente l’attesa è più alta che per Eternal, quindi la più alta di sempre. Almeno lì si divideva fra il personaggio e anche il film, qui mi aspetto solo (?) una stra-mega interpretazione. Ora come ora conta solo questo film.
2) Holiday (2006)

Sarà il primo film schifo che interpreterà. Ero straincazzata quando ho saputo che lo faceva. Ma come, tu, musa di Jackson, Branagh, Winterbottom, Campion, Gondry, Turturro, mi vai a farti dirigere da Miss What women want – Tutto può succedere aka Nancy Meyers?! Con Cameron Diaz nel cast (per fortuna c’è almeno Jack Black)?! Mah. Zero aspettative, così basse che non vedo l’ora di vederlo, anche perché è la sua prima commedia (e quindi potrebbe diventare paradossalmente il primo film che vedo tranquillamente, tutti gli altri sono deprimenti, e pure Eternal e Romance hanno il finale malinconico) e il trailer non promette così tanto male.
3) Tutti gli uomini del re (2006)

Questo film ha così tanto sulla carta per piacere (Zaillian dirige da un film premio oscar, cast supersupersupersuperstellare) che quasi non ci si crede e finisce con l’avere pochissime aspettative. O sarà un capolavoro o farà schifo. Da lei poche aspettative, perché il ruolo è piccolo. Film di passaggio, per ora.
Farei carte false per..
1) Casa di bambola (2004?)
La pagherei io stessa per questo ruolo. Era il Little Children del 2004. Una storiona da Ibsen, un grandissimo ruolo, alla Julianne Moore. Non se ne è fatto niente.
2) Thérèse Raquin (2000?)
Praticamente tutti i fan di Kate, me compresa, aspettano invano questo film dal 2000. E’ l’Eternal Sunshine permanente. Quando seppi che lo faceva corsi a leggere il libro ed è diventato uno dei miei preferiti, il ruolo sarebbe da oscar, purtroppo tutti si sono dimenticati di farlo.

Della Storia (e del Come)
Romance & Cigarettes racconta una storia già vista mille volte: quella del marito che tradisce la moglie e si redime, e quella della malattia incurabile. Ora, dove sta il merito del film se è costruito su un qualcosa di banale e deja-vù? Naturalmente, sta nel come la racconta. E in questo Turturro dimostra intelligenza da vendere.
I triangoli possono essere rappresentati in mille modi. Comici, drammatici, amari, sottili, i triangoli possono essere tutto e il contrario di tutto. Qui, Turturro opta per il comico, attraverso la comicità fisica di Tula, amante sexy scatenata in camera da letto (da morire dal ridere quando canta Scapricciatello), la comicità rabbiosa della Sarandon e figlie (strepitosa la scena del sogno dove lo frustano) e la comicità del linguaggio operaio in salsa volgare e stranulata (il dialogo con il poliziotto). Infine, nell’utilizzo delle musiche, che è il marchio di fabbrica del film. L’inizio, dopo la scoperta del tradimento, è scoppiettante. Nick
esce dalla porta di casa e come se fosse lui la vittima inizia a cantare circondato da tutti gli operai. Più che si va avanti però, e più che la narrazione passa da un tono esagerato, spettacolare e comico, ad un tono dimesso, sottile e se non tragico, almeno lievemente drammatico. Nick si pente del tradimento, e capisce di amare Kitty (ma per fortuna nessuna grande “riconciliazione”: sappiamo di amarci, ma quel che è successo richiederà del tempo –che non arriverà- per rimettere assieme le cose). In una scena prodigiosa, lascia una Tula sostanzialmente diversa, che mette da parte il suo fisico, le sue volgarità e la sua gioiosità per rivelare un lato innamorato, sentimentale, ferito. Un cambio di messa in scena che si rispecchia nel cambio dei personaggi e nella storia che raccontano.
Quanti film strappalacrime abbiamo visto dove il marito o la moglie o il ragazzo o la ragazza o l’amico o l’amica morivano in maniera tragica? Ma si è visto anche raccontare la morte per cancro in maniera molto più sottile e tenera. Turturro predilige il tono dolceamaro: la prima parte del film è una continua serie di sequenze spettacolari, comiche, dove il tradimento è trattato come fonte di divertimento. Poi, si scopre la malattia. Non si smette di ridere: ma cambia radicalmente il tono, che si sposta sul versante del commovente, ma mai strappalacrime. La malattia è accennata, quasi lasciata in secondo piano: riv
elata magistralmente con delle lastre in primo piano e un Gandolfini sul letto visibilmente malato. Un dono della sintesi molto più efficace di qualsiasi dialogo e che soprattutto fa sì di mantenere una visione leggera ma emozionante dell’intero film. Ancora più geniale, e sicuramente fra le scene migliori di tutta la pellicola, è la notizia della morte. Come rappresentarla senza dover per forza costringere lo spettatore a prendere i fazzoletti? Turturro segue la strada già perseguita della delicatezza: Mary-Louise Parker (bravissima) risponde al telefono e in un primo piano ci rivela con il solo uso delle lacrime appena accennate la morte del padre. Ci emozionano, magari ci si commuove, ma il merito va all’uso di un evento tragico narrato in modo sottile. Così d’altronde com’è la fine: funerale accennato, e il vuoto rimasto narrato con un mezzo sorriso mentre ci si ascolta cantare insieme, persi nella malinconica bellezza del ricordo passato.
Più che un musical, più che un film dolceamaro, più che un film di storia (di tradimento, di malattia), Romance & Cigarettes è un film di personaggi. E’ questo che lo rende così intelligente nel non calcare la mano negli eventi drammatici che accadono. Perché sì, Gandolfini è il protagonista circondato da Sarandon e Winslet, ma tanto spazio è dedicato anche a tutti gli altri personaggi, che rendono inaspettatamente Romance & Cigarettes un film corale. Partendo dalla linea guida dello sbaglio di Nick, Turturro ci mostra e ci fa conoscere tutte le persone che lo circondano, inquadrando con acuta sintesi tutto il loro
carattere: Nick l’operaio fedifrago, Kitty la moglie ferita ma vigorosa, Tula l’amante volgare ma innamorata, Bo il cugino uxoricida, Baby la figlia che si vuole sposare e così via. A tutti viene regalato il loro spazio, tutti portano con sé una storia, un dolore, una comicità, un carattere, un modo di essere. Così, lo sguardo musicale e comico-drammatico del film si eleva a sguardo corale, a un film che è davvero racconto della classe operaia, ad un mondo dove coesistono risate e lacrime, proprio perché narrazione di diversi eventi di diverse persone, non solo focus su un marito che tradisce. E’ questo forse uno dei punti di forza del film: non vi è una linea narrativa precisa e unica, ma l’intreccio di esistenze, che permettono la commistione dei diversi toni che contraddistinguono il film.
IL MUSICAL & IL MONTAGGIO PARALLELO (e perché l’amore è dappertutto)
E’ innegabile però che tutte queste linee appena sviscerate si ritrovino tutte in quello che è il “genere” principale al quale appartiene il film: il musical, appunto. Ma un musical diverso. Prima di tutto, alla Moulin Rouge, le canzoni sono tutte non originali. Ma lì dove Luhrmann riadattava le canzoni agli eventi di Satine & Christian, Turturro riadatta gli eventi del cast alle canzoni. Lo sposalizio tra canzoni e personaggi è incredibile (e sono davvero tutte indimenticabili, spiritose e ironiche, a volte toccanti). Portano avanti la narrazione, ma soprattutto fungono da focus introspettivo nei sentimenti dei personaggi. La Sarandon che canta
Pieces of my heart e Prisoner of love ne è il perfetto esempio. Le canzoni sono fondamentali nell’economia narrativa e non pause musicali. Perfettamente legate ai personaggi e alle loro storie, e trattate non come il solito musical, ma perfettamente aderenti alla quotidianità e al realismo del film, dove infatti i personaggi cantano sulla voce originale proprio come faremmo noi. E non solo: spesso la stessa canzone funge da legame ai vari personaggi. Quasi sempre infatti il montaggio in parallelo mette in correlazione i protagonisti. Mentre Springsteen canta Red hea
ded woman, Nick si fa circoncidere per Tula, Kitty la insegue per vendicarsi. Mentre Janis Joplin canta Pieces of my heart, Kitty urla ferita ‘prendi un altro pezzo del mio cuore”, Nick la tradisce telefonicamente con una scatenata Tula, Baby è sempre più innamorata del suo ragazzo (correlando un vecchio amore alla fine e un nuovo amore all’inizio), Gracie urla ti amo all’amante perduto, Constance si mischia nel meta-cinema-musical suonando la chitarra del pezzo. D’altronde, se un film di personaggi si tratta, niente di meglio che il montaggio parallelo per raccontare la storia di ognuno e far emergere lo sguardo sull’amore che
è dappertutto. Perché alla fine, forse soffocato dallo spettacolo, dalla comicità, dai personaggi estremi, dal linguaggio esagerato, dalla fine drammatica, Romance & Cigarettes ha davvero qualcosa dentro: che trascende la classe operaia, gli eventi, i personaggi, le canzoni. Nascosto tra un vestito rosso fuoco e una sigaretta, c’è l’amore che provano tutti i personaggi e c’è il loro dolore. Vita e morte. Amore e odio (ribaltati, quando Kitty odia Nick in vita ma lo ama quando sta per morire), commistione inevitabile dell’amore. Quello che bisogna trovare in un film baraccone e divertente, sono i sentimenti dei protagonisti, quindi i sentimenti di tutto un mondo, che in fondo è il nostro. Perché siamo fatti di sentimenti anche contrastanti, ma soprattutto perché amiamo sempre. Anche quando odiamo.
Torna il piccolo genietto dei Tenenbaum, Wes Anderson, questa volta per raccontarci un’incredibile avventura nei meandri del mare profondo, alla ricerca di uno squalo-giaguaro colpevole di aver ucciso uno dei componenti del team di Steve Zissou, oceanografo ispirato alla figura di Jacque Cousteau, al quale il film è infatti dedicato.
Chi si aspetta il solito rocambolesco viaggio pieno di imprevisti con lieto fine zuccheroso e battute a gogo, rimarrà inevitabilmente deluso: la storia è sì semplice e intuitiva, ma è raccontata con un sguardo narrativo talmente surreale e sarcastico, da renderlo un genere totalmente a sé, che solo un regista come Anderson poteva realizzare con estrema maestria e padronanza.
Se Le avventure acquatiche è un ottimo film, è sicuramente grazie alla perfetta combinazione degli elementi cinematografici, tutti perfetti nel fare risaltare una regia originale ed elegantissima, piena di soluzioni altre e sguardi panoramici che diventano emotivi. Tra carrellate e pianisequenza, primi piani e dettagli, capitoli e didascalie, Anderson dimostra definitivamente con questo film di aver già uno spiccato senso autoriale, rendendo indistinguibile il suo tocco registico sofisticato ed arguto. Tra citazioni filmiche e musicali e un doppio binario narrativo metacinematografico (Steve non è solo oceanografo, ma anche regista e realizza durante le sue
avventure un documentario) Le avventure acquatiche incanta e stordisce, spiazza anche lo spettatore più accorto e farà innamorare di sé coloro che leggeranno nella sua storia un universo pieno di emozioni, abilmente equilibrato tra sentimentalismi affatto patetici che mai cadono in un solo genere, ma che anzi restano sospesi in gusto dolceamaro che li rende per questo irresistibili. Stratificato e profondo, Anderson realizza un film che delizia per forma e contenuto, senza cadere mai nell’esercizio di stile ma facendosi portatore di un cinema pieno di retrogusto, insolito e bizzarro, spiritoso e commovente. I personaggi lager than life che dipinge sono tutti efficientemente caratterizzati senza farli apparire mai forzati o finti, una serie di figure spiazzanti non certo accuratamente realistiche (Anderson non racconta con occhio realista, ma è dannatamente sincero) ma cariche di passato e difficoltà che non vengon
o trattate con superficialità, ma con essenzialità, puntano dritto verso l’anima. Il protagonista, interpretato da Bill Murray (eccezionale nella sua espressività così positivamente limitata e dolorosamente intensa), domina il film ma non toglie mai la scena ai suoi compagni di viaggio (le incantevoli Angelica Houston e Cate Blanchett, il bravissimo William Dafoe in versione comica, il ritrovato Jeff Goldblum), e questo grazie ad un sapiente uso narrativo da parte di Anderson, che delinea tutti alla perfezione, e che dirige abilmente i suoi attori, valorizzando così una recitazione quasi sotto le righe ma assolutamente in linea con il tono del film.
nave Belafonte, movendosi all’interno di essa con l’appoggio delle scenografie e di una colonna sonora perfetta, in completa simbiosi con i movimenti di macchina. Il quadro è sempre completo, le figure spesso al margine per lasciare intravede i grandi spazi che circondano i personaggi di questa surreale avventura, dove la morte di un amico non è solo la causa di una ricerca allo squalo, ma è soprattutto un bilancio, un ritrovamento di radici familiari, una crescita personale. Come in tutti i grandi viaggi, l’avventura non inizia mai con il raggiungimento del luogo e non finisce mai con l’addio, e Le avventure acquatiche ne è il grande esempio, con il suo cammino esistenziale che inizia malinconicamente e mai si conclude, e che ci racconta con originalità e sarcasmo di un uomo e del suo equipaggio, di una ricerca per vendetta e un ritrovamento per caso, di un uomo che affronta un percorso e che finalmente riesce a guardarsi dentro e, magari, sorridere alla vita.

Nello stesso anno dell’amara parabola sulla crudeltà umana di Adress Unknown (2001) e antecedente all’apologo sull’ossessione e la Guerra in Corea di The Coast Guard
(2002), Kim Ki-Duk ha girato quello che forse è, con Ferro 3, il suo miglior film. Bad Guy è il manifesto della sua filmografia, dove tutti gli elementi ricorrenti del suo cinema si fondono perfettamente e danno vita ad un susseguirsi crescente di emozioni. Il mutismo dei suoi personaggi (qui giustificato da una cicatrice), la loro violenza, la crudeltà dell’essere umano, i sentimenti e le relazioni tra uomo e donna rappresentano in Bad Guy le linee guida di una narrazione concisa che non trova conforto nella linearità del racconto, né nella verosimiglianza degli eventi. Sempre di non facile visione, i film di Ki-duk esplorano le emozioni più nascoste dell’uomo, le ferite più dolorose, i rapporti più complessi, personaggi app
arentemente violenti e insensibili che nascondono un anima fragile che tenta costantemente di gridare aiuto. Bad Guy non è un film facile: è la dura storia di una giovane ragazza, Sun-hwa, che per crudeltà di un ragazzo di lei infatuato si trova intrappolata nel mondo della prostituzione. Vi sono quindi scene di sesso forzato, la perdita dell’innocenza di una ragazza costretta a crescere e vendere il proprio corpo. Lui, Han-gi, un uomo che parla con lo sguardo, aggressivo e brutale, la guarda, affascinato, probabilmente innamorato, dietro uno specchio della sua stanza, dove ormai è costretta a vivere. Sono inutili i tentativi di fuga: per lasciare quel mondo è necessario l’intervento di Han-gi, ma chissà se davvero troverà il lieto fine. La complessità della storia, che pur nella sua dimensione di sogno e di non facile comprensione non crea mai confusione, è narrata da Ki-duk
con densità e senso ritmico, accrescendo la tensione dei rapporti e l’emozioni dei sentimenti. Vi sono immagini di indubbia bellezza, lo sguardo tra i due attraverso lo specchio, le scene di violenza mai buttata in faccia allo spettatore ma sempre contenuta eppure impressionante, lo struggente e furioso abbraccio tra i due protagonisti. La capacità di tenere le redini della storia e infondere con leggerezza l’intensità dei sentimenti dei personaggi trova l’apice in una delle sequenze più belle mai girate dal regista coreano: nel quadro l’immagine dell’addio tra Han-gi e Sun-hwa, lui nella macchina e lei che torna nella panchina di quel primo violento incontro, e nelle nostre orecchie echeggia una bellissima canzone italiana (di Etta Scola, cantante italiana trasferitasi all’estero) che canta dolcemente Sono i tuoi fiori per me, quando li guardo mi sembra che parlino, ma so che è una follia, o forse era un sogno in cui dicevano "non andare, non andare via”. L’intensità della scena è da brividi, la perfetta unione tra una storia impetuosa e una regia cupa e densa. E sì che siamo in un film di Kim Ki-duk, e allora forse quello non è un addio e neanche il finale del film, forse è un desiderio o forse proprio come la canzone, un sogno. Ma non importa la logicità della storia: Kim Ki-duk ci guida semplicemente e magnificamente nei sentimenti crudeli dell’amore.
“La mia libertà non è lasciarlo. E’ ritrovarlo.”
Patrice Leconte ci aveva lasciati con lo splendido L’uomo del treno, la storia di un’incontro tra due uomini agli opposti che determinava un cambiamento radicale nelle loro vite. Lo ritroviamo nel 2004 con l’altrettanto splendido Confidenze troppo intime, ancora la storia di un’incontro, ancora due persone agli opposti, ancora un cambiamento radicale. Ma il tutto verte e riproduce un film simile ma diverso: stavolta gli opposti sono rappresentati uno psicanalista e una donna in crisi che va in cura da lui. L’opposto è quindi il rapporto medico-paziente: lui cura, lei viene curata. Ma William non è affatto uno psicanalista: Anna ha sbagliato porta e si ritrova a fare confidenze (troppo intime) con un semplice fiscalista. Il rapporto medico-paziente s’instaura ugualmente, ma conscio dell’inesistenza dello stesso: il tutto si risolve in conversazioni su conversazioni. C’è sempre uno dei due, nella coppia, che è più aperto e loquace: prima era Rochefort, adesso è la Bonnaire. Lei invade la quieta e noiosa vita di lui con le sue confessioni, con le parole, con i misteri che avvolgono il suo matrimonio. Lui se ne innamora, senza mai dichiararlo.

Leconte continua con il suo amore per gli interni, estremamente curati nelle geometrie e negli spazi, concentrandosi sui corpi dei (bravissimi) attori e sui dialoghi. Il primo esterno arriva dopo un’ora di film. Il primo contatto oltre la stretta di mano tra i due protagonisti, a 10 minuti dalla fine. Perché Confidenze troppo intime porta già nel titolo il suo marchio di fabbrica: è un film intimo. E’ un film fatto di quel poco che dice tanto, concentrato sui dettagli, sulle cose sottili, sui minimi cambiamenti che portano a formare lo splendido ritratto di due personalità rinchiuse in una stanza, (non) costrette a conoscersi. Per di più è costruito da dial
oghi, bellissimi, quotidiani, semplici, che avvolgono i gesti e gli sguardi che Anna e William si scambiano, e che inconsapevoli, li porteranno a innamorarsi. Perché forse più delle parole quello che colpisce loro è il filo invisibile che li unisce, che li attrae l’uno all’altro, e che si esplica nelle conversazioni. Così alla fine, diventa vitale ricostruire il loro spazio altrove per continuare quel lungo flusso di confidenze.
Una storia d’amore trattata come non tale, una storia d’amore che non viene mai messa in essere ma sottintesa tra il fumo di una sigaretta e uno sguardo. Una storia d’amore che viene raccontata tramite parole e corpi. E’ un film molto fisico, se ne avverte la sensualità in ogni parola detta dalla Bonnaire e in ogni sguardo di Luchini, di quei corpi mai persi di vista, che guidano la storia.
Leconte si lascia coinvolgere dall’incontro, sia avvicina e si allontana, ne fa affiorare la tensione e il mistero, trema
anche quando i loro cuori tremano. E’ il perfetto esempio di un film semplice, fatto di attori guidati da uno sguardo autoriale lucido e preciso, di una storia d’amore narrata con originalità, di un procedersi narrativo apparentemente statico dove i colpi di scena e i repentini cambiamenti sono rappresentati da una parola, da un bacio sulla guancia o da un pedinamento. E’ un film che coinvolge, che si avverte nella sua sincerità. E’ un film che regala un (grandioso) Luchini che balla scatenato (contravvenendo all’imbalsamazione che lo avvolge per il resto del film) sulle note di Midnight Hour e una Sandrine Bonnaire immersa nell’infinita bellezza del suo talento.
“E’ l’amore ad essere una malattia incurabile.”
Tra meno di un paio d'ore me lo rivedo, per la prima volta in italiano. A Venezia ne uscì molto soddisfatta...speriamo resista ad una seconda visione!
ROMANCE & CIGARETTES

Da quando è uscito Moulin Rouge, che resta il miglior musical degli ultimi anni, il cinema sembra aver riscoperto il gusto della commedia musicale, tra Hedwig, Chicago, The producers e Dancer in the dark, film diversi musicati in maniere diverse. Adesso arriva Romance & Cigarettes e il musical s'immerge nei territori del linguaggio sexy, sensuale, eccessivo. I personaggi non hanno peli sulla lingua, men che mai Kate Winslet che con la sua brillante Tula a James Gandolfini ne dice di tutti i colori, da far traumatizzare i più piccoli. Romanticismo, canzoni, commedia, dramma e sesso. Questo è, semplicemente, Romance & Cigarettes. Non un film perfetto, forse eccessivo nel suo linguaggio fin troppo ostentato, ma perdonabile perché utilizzato in modo comico, e che regala momenti autentici di risate ed emozioni. Non ha convinto troppo la svolta finale drammatica, ma questo solo perché è un film da leggere da un altro punto di vista, costruito come una spirale: partenza ad effetto, scene travolgenti, canzoni sfolgoranti, e si finisce in sottotono, perché in fondo è la storia di una redenzione, di un cammino, di un cambiamento, che una volta raggiunto il massimo livello di romanticismo ("Puoi spaventarmi ogni tanto per ricordarmi che sono vivo?") e di comicità (la Sarandon che cita Psycho) non resta altro da fare che chiudere con riguardo e
delicatezza. I personaggi sono tutti irresistibili, e non si può negare che parte del merito della comicità traboccante di R&C sia da attribuire ad un cast di grande classe, che conta un James Gandolfini scorbutico e intenso, una Sarandon capace di farsi carico dell'emotività della storia e quattro non protagonisti immensi, comici e divertenti: Kate Winslet, sboccata e senza freni è il sole che illumina il film, Christopher Walken il matto insuperabile in ogni suo passo, Mary-Louise Parker caratterizza il suo personaggio con un solo sguardo e infine Steve Buscemi è l'immancabile caratterista che rende speciale qualsiasi ruolo. I dialoghi sono spesso geniali, di quella comicità anche grezza ma che sono autenticamente sinceri e divertenti perché detti con buon gusto, la trama è semplice ma sufficientemente emozionante, la regia distante ma capace di lasciarsi andare al coinvolgimento nei momenti giusti. E su tutto, canzoni e montaggio, le sequenze musicali sono sorprendenti ed originali, senza limitarsi ad unire le parole alla storia ma addirittura portando avanti gli eventi che coinvolgono i protagonisti. Tutte non originali, cantate in playback ed esteticamente scenografiche ma non spettacolari, incastrando scene su scene e sottotracce, lavorando di metafore e paralleli, Turturro ci regala un musical che fa del trash bellezza, del grezzo comicità, del cinismo emozioni.
KATE WINSLET in Romance & Cigarettes
Se in Eternal Sunshine la Winslet aveva dimostrato di avere nascoste dentro di sé grandi capacità da comica nonché di sentirsi a suo agio nei personaggi eccentrici e colorati, con Romance & Cigarettes fa un passo avanti nella dimensione sexy e sboccata, in un universo dove "Clementine" veste sensuale, è carnale, finalmente sicura di sé e amante delle relazioni tutto sesso e intimità. Questa è Tula: una rossa tutta fuoco che non pretende tanto dalla vita se non divertirsi e gioire delle piccole cose, che si accomoda in un rapporto con uomo sposato nonostante i segreti e le piccole fughe di nascosto dalla moglie. Non è una cattiva ragazza, né una persona superficiale che non pensa e non ama: quando perde l'uomo dei suoi sogni rivela tutte le sue emozioni e la sensibilità, facendoci capire di essere una donna semplice e divertente, ma anche sentimentale (a modo suo) e capace di rialzarsi in piedi dopo i brutti colpi che la vita le riserva.
N
el mare di personaggi profondi, letterari, drammatici, complessi -dove rientra anche la solare Clementine con la sua confusione e la personalità eccentrica e difficile ma teneramente sensibile- la Tula di Romance & Cigarettes può sembrare un personaggio in sottotono per la Winslet. Ma invece non siamo dalle parti degli stereotipi alla Enigma: Tula è sì semplice, e con un certo retrogusto da caratterista, ma concede a Kate grandiosi momenti di comicità, meraviglia, sensualità, nonché anche momenti riflessivi e fragili. La Winslet incarna il personaggio in toto, in modo fisico (da poco madre per la seconda volta al momento delle riprese, è carnale e focosa nei suoi vestiti oltremodo sexy) e soprattutto emotivo, senza farsi impaurire dal linguaggio oltraggioso da bollino rosso fin troppo ostentato (frasi sul sesso, anche nei momenti drammatici, sono le uniche cose che le sentiremo dire) ma anzi capovolgendolo a suo favore, rendedolo comico e divertente e neanche lontanamente volgare (almeno non in modo fastidioso), come solo lei poteva fare. Prendere un personaggio così pericoloso e a rischio di stereotipi o di essere ridicolizzato, e renderlo magnificamente eccentrico, straordinariamente indimenticabile -pur nella sua semplicità- perché assolutamente affascinante, conferma ancora una volta il fatto che la Winslet può davvero intrepretare di tutto, e rendere qualsiasi personaggio unico e speciale (e per la prima volta, ancora più che in Eternal Sunshine, interpreta un ruolo decisamente e totalmente cool). La sua Tula è certamente il marchio di fabbrica del film, una vera rivelazione e una trascinatrice di comicità, dove Kate non è solo una bomba del sesso, ma anche una bomba di talento.
Tutto lo speciale è pubblicato da Cinemaplus.
Si è conclusa l’ottava edizione del Far East. Un festival che di anno in anno aumenta di popolarità e professionalità, diventando sempre di più il punto di riferimento europeo per gustarsi le pellicole del lontano oriente.
Sabato 29 Aprile il teatro nuovo ha visto calare le luci sulla sua pienissima sala, non prima però di premiare i migliori film del festival: restando fedeli alla loro anima popolare, al Far East non votano i critici, bensì il pubblico, chiamato a votare (da 1 a 5) ogni singolo film dopo la visione. Si tratta infatti dell’Audience Award, evento che chiude ogni anno il festival, dove vengono premiati i migliori film visti durante la settimana. La guerra era aperta e molto i film in odore di vincita: su tutti, già a metà festival circolavano voci di una vittoria di Always di Takashi Yamazaki e You and Me di Ma Liwen. Invece, ha trionfare è stato il film di chiusura: Welcome To Dongmakgol di Park Kwang-hyun, con un’ottima media di 4,543. Vince quindi la prolifica Corea (al Far East con 13 film) con una storia su dei soldati che si rifugiano in un paesino ignaro della guerra in corso nel paese. E il Giappone in compenso si prende il secondo e terzo posto: naturalmente lo scrosciante applauso che ha avvolto Yamazachi a fine proiezione non poteva essere dimenticato, e così Always si accontenta del secondo posto (ma di poco: 4,365 la media), mentre al terzo troviamo la commedia realista Linda Linda Linda di Yamashita Nobuhiro (4,104). Fuori dal podio, con pochissimo distacco tra loro, la Cina con Loach is fish too di Yang Yazhou (4,032), la difficile storia di un uomo e una donna omonimi, e il Giappone al quinto con Nana di Otani Kentaro (4,029), tratto dall’omonimo manga. Al sesto e settimo posto tornano di nuovo Cina e Corea, rispettivamente con You are my sunshine di Park Jin-pyo (3,945) e il già citato You and Me di Ma Liwen (3,878). Se all’ottavo posto troviamo il Giappone con l’apprezzato When the show tent came to my town di Yoshihiro Fukagawa (3,834) e al decimo il divertentissimo coreano See you after school (3,748) di Lee Seok-hoon, al nono un outsider: è la Thailandia con la commedia sentimentale Hello Yasothorn (3811), diretto ed interpretato da Petchthai Wongkamlao.
E non resta che dire: arrivederci al prossimo anno!
I MIEI FILM...
1 Isabella
2 The shophaolics
3 2 Young
4 I'll call you
5 2 become 1
(ebbene sì!)